C’è una data che rischia di passare inosservata, ma che potrebbe cambiare profondamente l’equilibrio tra Stato e professionisti.
Una novità normativa destinata a incidere sulla quotidianità di migliaia di lavoratori autonomi, spesso senza clamore, senza preavvisi e — soprattutto — senza distinzioni di importo.

All’apparenza si tratta di una misura tecnica. In realtà, nasconde un cambio di paradigma che sta già facendo discutere giuristi, ordini professionali e operatori del settore.
Un controllo automatico che scatta sempre
Fino a oggi, il sistema prevedeva una soglia di sicurezza: solo per pagamenti superiori a 5.000 euro la Pubblica Amministrazione era tenuta a verificare la posizione fiscale del professionista prima di procedere al saldo della parcella. Un filtro che limitava gli effetti più invasivi della riscossione. Dal 15 giugno 2026, però, questo argine viene eliminato.

Ogni pagamento effettuato da un ente pubblico nei confronti di un lavoratore autonomo sarà preceduto da una verifica presso l’Agenzia delle Entrate Riscossione. Qualunque importo, anche minimo, diventa rilevante. Se emergono debiti iscritti a ruolo, l’ente potrà bloccare o decurtare automaticamente il compenso, girando le somme direttamente all’agente della riscossione.
Nessuna soglia, nessuna gradualità. Anche una sanzione di modesto valore può diventare determinante.
Quando il compenso diventa ostaggio
È qui che il quadro cambia radicalmente.
Il professionista che ha svolto regolarmente un incarico per la Pubblica Amministrazione potrebbe non ricevere il pagamento per ragioni del tutto scollegate dalla prestazione: una cartella mai vista, una multa dimenticata, un contributo contestato. Il meccanismo opera in modo automatico, senza la necessità di un pignoramento formale.
La norma — introdotta dall’art. 1, comma 725 della legge 199/2025 — prevede infatti che, in caso di irregolarità fiscale:
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il pagamento venga effettuato direttamente all’agente della riscossione, fino a concorrenza del debito;
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solo l’eventuale eccedenza venga riconosciuta al professionista.
Una procedura rapida, efficiente, ma anche drasticamente incisiva.
Una disparità che fa rumore
Le reazioni non si sono fatte attendere. Il Consiglio Nazionale Forense ha parlato apertamente di misura “vessatoria e discriminatoria”, denunciando il rischio di effetti paralizzanti sull’attività professionale.
Il nodo centrale è costituzionale.
Da un lato, emerge una palese disparità di trattamento rispetto ai lavoratori dipendenti, inclusi quelli pubblici: anche in presenza di debiti fiscali rilevanti, lo stipendio continua a essere erogato, mentre il recupero avviene con strumenti ordinari. Dall’altro, si crea una frattura all’interno della stessa categoria dei professionisti: chi lavora con la P.A. è esposto al blocco dei compensi, chi opera con clienti privati no, pur a parità di posizione fiscale.
Una distinzione difficile da giustificare sul piano della ragionevolezza.
Il diritto di difesa messo all’angolo
Ma il punto più delicato emerge solo guardando oltre la superficie. Con la decurtazione automatica del compenso, viene meno l’atto di pignoramento, che finora rappresentava spesso il primo momento utile per il contribuente di contestare la pretesa fiscale. E non è un dettaglio: molte cartelle derivano da atti mai notificati, già annullati o affetti da vizi.
La giurisprudenza delle Sezioni Unite ha più volte chiarito che il contribuente deve poter reagire quando viene concretamente inciso il suo patrimonio. Con il nuovo sistema, invece, il professionista rischia di subire il prelievo senza alcuna possibilità di difesa preventiva.
Un meccanismo silenzioso, automatico, che agisce prima ancora che il conflitto emerga. E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante di una riforma destinata a segnare un nuovo, controverso capitolo nei rapporti tra Pubblica Amministrazione e lavoro autonomo.





