C’è chi se ne accorgerà solo aprendo la busta paga. Un importo più basso del previsto, una trattenuta improvvisa, una voce che non era mai comparsa prima. Per alcuni sarà uno shock, per altri una vera e propria beffa.
Gennaio, da sempre mese di bilanci e nuovi inizi, quest’anno rischia di trasformarsi in un conto salato per migliaia di lavoratori dipendenti. Non si tratta di una multa, né di un errore aziendale. È tutto perfettamente legale. E soprattutto, previsto.

Per settimane si è parlato solo di bonus, aumenti e benefici fiscali. Ma c’è un dettaglio che molti hanno sottovalutato. Ed è proprio quel dettaglio che ora presenta il conto.
Il conguaglio che cambia tutto: perché lo stipendio può crollare
Solo a metà strada si scopre la verità: il vero protagonista di gennaio è il conguaglio fiscale di fine anno.
Un’operazione tecnica, spesso ignorata, con cui il datore di lavoro ricalcola quanto è stato realmente dovuto allo Stato sulla base del reddito effettivo percepito nel corso dell’anno.
Il problema nasce da qui: durante l’anno le tasse vengono trattenute su un reddito presunto, stimato a inizio rapporto. Ma basta poco per sforare quella previsione. Un rinnovo contrattuale, più straordinari del solito, un’indennità extra. Risultato? Il reddito reale sale, e con lui le imposte da versare.

Ed è proprio in questa fase che può emergere un debito fiscale, con la conseguenza più temuta: la restituzione dei bonus ricevuti mese dopo mese. Una situazione che non si verificava con il vecchio sgravio contributivo (in vigore fino al 2024), perché i requisiti venivano controllati mese per mese. Con il nuovo sistema, invece, il rischio è tutto concentrato a fine anno.
Chi rischia davvero di restituire fino a 1.000 euro
A finire nel mirino del conguaglio sono soprattutto i lavoratori che nel 2025 hanno beneficiato del nuovo sgravio fiscale sul cuneo, introdotto con la Legge di Bilancio.
Il meccanismo funziona così:
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fino a 20.000 euro di reddito spetta un trattamento integrativo mensile, calcolato in percentuale sul lordo;
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tra 20.000 e 32.000 euro lo sgravio si trasforma in una detrazione fiscale fino a 1.000 euro annui;
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oltre i 32.000 euro, la detrazione inizia a ridursi progressivamente;
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al raggiungimento dei 40.000 euro, il beneficio si azzera completamente.
Il punto critico è uno solo: se durante l’anno il reddito stimato era più basso di quello reale, il bonus è stato riconosciuto senza che spettasse davvero. Nel caso peggiore – ad esempio per chi ha superato i 40.000 euro – la conseguenza è pesante: fino a 1.000 euro da restituire in un’unica soluzione direttamente in busta paga.
E non è finita qui. Anche il trattamento integrativo (ex bonus Renzi) può essere revocato se si supera la soglia dei 15.000 euro, con una perdita che può arrivare a 1.200 euro complessivi. Il vero paradosso? Essendo il primo anno di applicazione del nuovo sgravio fiscale, molti lavoratori non erano pienamente consapevoli del funzionamento del meccanismo e non hanno presentato la rinuncia preventiva al datore di lavoro. Ora, però, non c’è più modo di rimediare.
Gennaio non porterà solo freddo e nuovi progetti. Per qualcuno porterà anche una sgradita sorpresa, scritta nero su bianco sulla busta paga.





